Un popolo in fuga

Nel territorio Birmano, ad est, ci sono ben 500.000 persone che non hanno più una casa, un villaggio, si chiamano INTERNALLY DISPLACED PEOPLE, persone che vivono impaurite nella giungla, raggruppate in IDP Camp vicino alla frontiera, tutti con la speranza, un giorno, di uscire da un incubo inimmaginabile.
Le Comunità hanno difficoltà nel darsi una struttura organizzativa.

I bambini soffrono di malnutrizione, le donne muoiono ancora di parto e la gente muore di HIV, malaria e tubercolosi.

In territorio Thailandese, lungo il confine, Circa 150.000 persone sono costrette nei campi profughi ufficiali.
La Tailandia è da decenni che “accetta” di fare entrare nel paese un certo numero di fuggiaschi lungo il suo confine in Campi di raccolta che da 5 anni sono diventati Campi Profughi.

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Questi campi, sono passati sotto il controllo di UNHCR che svolge importanti azioni di tutela della legalità e di formazione per le Comunità. Qui alle persone presenti si cerca di dare una struttura socialmente utile per l’organizzazione della distribuzione del cibo, per l’ordine, per le emergenze, per i problemi sanitari e per l’istruzione “veramente minima” dei bambini.

L’attuazione di queste azioni sono affidate a diverse NGO che gestiscono i fondi internazionali con il coordinamento di TBBC, e negli ultimi hanno iniziato una operazione di “ricollocamento” cercando nazioni straniere, che possano ospitare le nuove generazioni che dopo un periodo di “Training” tentano di ricominciare una vita nuova divisi fra speranza e nostalgia di “casa”.(Ricollocamento in Terza Nazione)

Stare nei Campi non è facile. Si vive in cattività, spesso senza aver nulla da fare, senza potere progettare la vita un giorno, una settimana, un mese. La depressione è un problema enorme che spesso sfocia in violenza contro le donne appesantendo la gestione della giustizia in questo Micro mondo difficile dove gli uomini sono numeri ai quali è fornito il minimo per “sopravvivere” fisicamente.

Molti Birmani (chiamerò Birmani gli abitanti del Myanmar senza distinzioni etniche) cercano di sopravvivere fuggendo clandestinamente in Tailandia.
Le cifre non sono chiare, si parla di due milioni di “presenze” di Migranti di cui 400.000 legali e gli altri illegali.
La Tailandia è la nazione più ricca di quest’Area del sud est asiatico e ha molto bisogno della manovalanza a bassissimo prezzo specie nei lavori meno qualificati e più pesanti come quelli dell’edilizia, della pesca e della coltivazione degli alberi della gomma.
I Migranti vivono nell’ombra, emarginati dalla propria paura e dalle comunità ospitanti che per atavica diffidenza vedono in loro il nemico, il malvivente.
La legalità e un bene a “rotazione” e viene attribuita attraverso il pagamento che il datore di lavoro datore di lavoro fa una volta all’anno per una piccola parte dei suoi dipendenti.
I migranti passano facilmente così dall’essere legali al non esserlo con facilità e il loro stato è in balia delle scelte altrui.
Vivono in un Paese straniero, non ne conoscono la lingua, vivono in baracche fatiscenti circondati dalle immondizie. A loro è interdetto l’accesso alla Sanità, i bambini non possono frequentare le scuole, spesso sono oggetto di scherno e di violenze, le donne sono di frequente prese di mira e vivono nel terrore di violenze che NESSUNO potrebbe denunciare.

Da qualche mese Giugno 2007 la loro condizione è di molto peggiorata di conseguenza all’entrata in vigore di una legge detta di “Pubblica Sicurezza’ che, di fatto, li priva dei diritti fondamentali.